Salvini e la coerenza, questa sconosciuta: dalla liberalizzazione delle droghe al divieto

Correva l’anno 1998 ed un giovane comunista padano di nome Matteo Salvini, terminata l’ esperienza da consigliere comunale di Milano, si esprimeva così su una eventuale possibilità di legalizzazione delle droghe leggere «Noi ci rapportiamo alle tematiche classiche della sinistra, dalla forte presenza statale alla liberalizzazione delle droghe leggere». Quel ragazzo ne ha fatta di strada, essendo divenuto Ministro degli Interni, ma l’attuale posizione sul tema droghe è totalmente antitetica da quella professata in gioventù.
L’ultimo tentennamento sull’apertura alla cannabis è stato registrato il 06/10/2014 in una puntata di Coffee Break, rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva perché la prostituzione si e la cannabis no con un tollerante “Parliamone”.

Il “Parliamone” si è trasformato, nel corso di questi ultimi anni, in una generalizzazione totale, è diventato un “Noi contro tutte le droghe”.
Nel frattempo però, ci sono state timidissime iniziative legislative per allentare il proibizionismo della cannabis. Solo due anni fa il Ministero delle politiche agricole aveva lavorato alla legge 242/2016, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dopo un estenuante lavoro, concernente le disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, quindi una legge che si rivolge principalmente agli agricoltori.

Tuttavia si sa, l’attività commerciale prende pieghe inaspettate e questo piccolo cambio di rotta ha dato il via all’apertura di numerosi punti vendita di cannabis light, che va specificato si tratta di un tipo di cannabis in cui la quantità del principio attivo è notevolmente basso, in modo da disinnescare gli effetti collaterali.

Come se non bastasse a creare più confusione sulla questione si è messa anche la Corte di Cassazione, che invece di rendere la normativa più organica, ha maggiorato le perplessità. La sentenza di qualche ora fa impedisce la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti “derivati dalla coltivazione della cannabis”.
Il Ministro non si è lasciato scappare l’occasione di apporre la sua firma politica, e subito ha commentato “È un messaggio chiaro, la droga fa male, non ce ne sono di quelle che fanno più male ed altre che fanno meno male”, “Mi spiace per i posti di lavoro e spero che possano essere riconvertiti”.
Per il Ministro il passo da Comunista padano a teoconservatore è stato relativamente breve.
Gli esercenti, invece, attendono maggiore chiarezza, giustamente. Commerciare con partita iva cannabis light , quindi essere sottoposti a tassazione dello stato, è sempre meglio che lasciare la vendita esclusiva alla criminalità organizzata, soprattutto se si tratta di uno dei pochi mercati in crescita e che di conseguenza colma un’emergenza lavorativa.

In questo modo il contrasto alla criminalità diventa più ostico e si rischierebbe di cadere nell’imbarazzo di vedere la Guardia di Finanza porre i sigilli a degli esercizi commerciali in via di regolamentazione, mentre i veri venditori di veleno chimico, legati all’apparato criminale, continuerebbero ad incassare cifre stratosferiche grazie alla miopia giuridica e legislativa dello Stato.

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