L’industria della morte: basta Ilva

In questa immensa vicenda, data dalla probabile contrattazione-riccato della cordata AcelorMittal nei confronti dello Stato italiano e sopratutto in quelli dei cittadini di Taranto, è necessario fare chiarezza.

È molto semplice leggere i giornali o guardare trasmissioni televisive dove i politici di ogni schieramento difendono a spada tratta, con una falsità sconcertante tra l’altro, i lavoratori, di fatto orientando l’opinione pubblica in un certo senso, la realtà delle cose non è così. Questa classe politica, tutta, vive sulla disinformazione, ci marcia e ci si nutre come degli avvoltoi.

È semplicissimo screditarli, basti pensare che nelle elezioni 2013 la famiglia Riva, proprietaria dell’azienda, ha finanziato la campagna del PDL di Berlusconi ed il PD di Bersani.

In questo articolo un po’ lungo e prolisso è bene semplificare e sintetizzare la vicenda affinché si sappia. Affinché tutti sappiano in che mondo viviamo.

COS’È L’ILVA

L’Ilva (ex Italsider), è un’industria siderurgica, provvede alla produzione e alla trasformazione dell’acciaio, è il più grande impianto industriale del Sud Italia e la più grande acciaieria d’Europa, basti pensare che sotto il controllo dei Riva (famiglia che ha gestito l’industria dal ’95 al 2015), il totale dell’acciaio esportato dall’Italia era pari a 28 tonnellate, di cui 17 solo delle aziende facenti parte il gruppo Riva ed in questo contesto solo Taranto garantiva la produzione (e quindi anche l’esportazione) di 9 tonnellate delle 17 appena citate.

Parliamo di un’industria grande 15.450.000 metri quadrati e quasi adiacente alla città.

L’INSEDIAMENTO IN CITTÀ ED IL GRUPPO RIVA

L’azienda apre a Taranto nel 1961, garantendo un boom economico nel capoluogo ionico, essendo prevalentemente una città di pescatori ed agricoltori, con l’incertezza del lavoro dato in base a tanto sudore o ogni inconveniente di sorta, una buona parte di cittadini decide di imitare l’esempio dei connazionali del Nord e “andare a lavorare in fabbrica”: 8 ore fisse contro le (minimo) 12 precedenti, stipendio sicuro, sostanziale facilità nell’essere assunti, contribuisce al benessere del territorio.

Molti operai si spostano, per questioni logistiche, sul quartiere Tamburi, praticamente adiacente all’impianto.

Come già citato precedentemente, nel 1995 con le privatizzazioni, le industrie ex Italsider vengono cedute al gruppo Riva.

Con la famiglia Riva ci i primi segnali della stortura del sistema, introducendo delle “punizioni” per gli operai non allineati con i diktat dell’azienda.
Nel 2005 sono 188 le imprese pugliesi dell’indotto ILVA fatturando in totale 310 milioni di euro.
Il Centro di Taranto sfornava nel 1970 il 41% della produzione totale di Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 79% del totale.

IMPATTO AMBIENTALE

Nel 2012 vengono presentate alla Procura due perizie (una chimica e l’altra epidemiologica), si comincia ad indagare per disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico, danneggiamento aggravato ai beni pubblici.

Gli indagati sono: Emilio e Nicola Riva, Luigi Capogrosso e Angelo Cavallo, gli ultimi due erano rispettivamente il direttore dello stabilimento e il responsabile dell’area agglomerato.

Il 30,6% delle emissioni di diossina di tutto il nostro Paese veniva emesso dall’Ilva.
Impressionante il numero dei morti, circa 1700 l’anno per cause cardiovascolari e circolatorie, 3857 ricoveri, sempre ogni anno, per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari.

A fronte di questi numeri impressionanti, stiamo parlando di 11500 morti e 27000 ricoveri, quel genio dell’allora ministro Clini, disse che a Taranto il tasso di tumori elevato non era causato dall’Ilva ma, cito testualmente “dai tarantini che bevono e fumano troppo”. 11500 morti.

Patologie cardiovascolari e circolatorie, specialmente per i bambini, tumori e leucemie sono solo alcune delle caratteristiche dell’impatto disastroso che ha avuto l’Ilva sul territorio. Costringendo una città intera ad essere schiava di un’azienda, ponendo in difficoltà i politici e gli amministratori locali, spesso incompetenti.

Anche in circostanze del tutto naturali, come una giornata particolarmente ventilata, è diventato un serio problema vivere per gli abitanti del quartiere Tamburi.

Ad esempio, i wind day, come vengono definiti i giorni di vento particolarmente forte, alcune scuole sono chiuse, i ragazzi non possono andare a scuola a causa delle polveri sottili che proprio questo vento può trasportare più facilmente.

PROCESSO ED EVOLUZIONE

Già dal 2008, da parte della Regione scatta un’ordinanza per divieto di pascolo nell’area adiacente fino a 20km dall’industria, il valore di diossina e PCB contenuto nei tessuti animali è ben oltre il valore di legge di circa 30-40 volte, i sospetti infatti ricadono sull’impianto e si da il via alle indagini.

L’allora Ministro dell’Ambiente nel 2010, Stefania Prestigiacomo, del governo Berlusconi, firma il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale, con ben 462 prescrizioni, in sostanza: l’Ilva può e deve continuare a produrre a patto di evitare danni ambientali. Questo è il PRIMO decreto Salva-Ilva.

Dalle intercettazioni telefoniche è stato riscontrato come non solo i Riva non avessero le basi per richiedere l’Aia (l’autorizzazione integrata ambientale), ma anche che venivano fatte pressioni per ottenere questo tipo di documenti, consentendo di continuare a produrre nell’illegalità (462 prescrizioni sono un numero abbastanza significativo).

La commissione Ippc infatti riscontrava criticità e le impediva di attuare il suo decreto. Tuttavia, la Prestigiacomo cambiò la commissione, mettendoci persone di sua fiducia.

Il 10 agosto 2012 il gip Patrizia Todisco emette l’ordinanza di chiusura dell’area a caldo, la non produzione ed il sequestro preventivo degli impianti responsabili dei danni ambientali.

Nel 2012 il Ministro dell’Ambiente è il già citato Clini, del governo Monti, il quale non sembra favorevole alla decisione.

È un autentico scontro tra il potere esecutivo e quello giudiziario.
Clini agisce facendo il SECONDO decreto salva Ilva, una misura con la quale nomina un commissario, tale Vitaliano Esposito, che commette una serie innumerevole di inadempienze rischiando di far cadere i presupposti dell’Aia.

Ciò non accade per due ragioni: la prima è che l’anno successivo, nel 2013 ci sono le elezioni ed il gruppo Riva finanzia sia il PD di Bersani, sia il PdL di Berlusconi.

Entrambi i partiti si troveranno a governare con il “governo delle larghe intese” di Enrico Letta. Qui abbiamo la seconda ragione: il TERZO decreto salva Ilva, che consiste con la nomina di un nuovo commissario per sostituire il precedente per eludere ancora le commissioni, il commissario del governo sarà incaricato per un anno ed avrà lo scopo di continuare la produzione. Gli altri decreti salva Ilva riguardano la sostanziale immunità del commissario.

Viene anche indotto un referendum-farsa: nel quale su 173mila elettori hanno votato 33.838 tarantini (19,55%); mancando quindi il quorum del 50% degli aventi diritto al voto rendendo non valido il risultato dei due quesiti: “Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori contro l’inquinamento, proporre la chiusura dell’acciaieria Ilva?” (sì 81,29%, no 17,25%); “Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute e quella dei lavoratori, proporre la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva, maggiore fonte di inquinamento, con conseguente smantellamento dei parchi minerali?” (sì 92,62%, no 5,30%).

Perché farsa? Perché la maggioranza degli operai e degli impatti dell’Ilva sul territorio non ricopre il comune di Taranto, ma paesi limitrofi e quartieri periferici, come i Tamburi appunto ed ai lavoratori provenienti da fuori città ed alle loro famiglie, che sono la maggioranza, è stato impedito di votare.

Nel 2015, governo Renzi, si arriva all’apice: vengono stanziati 300 milioni di euro di fondi per accellerare il processo di cessione dello stabilimento. Persino l’UE riscontra delle irregolarità: perché un’azienda privata viene aiutata così tanto dallo Stato a scapito di ogni altro concorrente?

Nel 2016 viene messo il bando per la vendita quindi, vinto dalla società indiana AcelorMittal nel 2017, con l’allora ministro Calenda del governo Gentiloni. Nel 2018 il governo Conte chiede di indagare sulla regolare procedura della gara.

Luigi Di Maio infatti, spiega che l’autorità anti corruzione abbia rilevato delle criticità circa l’acquisto e la vittoria di AcelorMittal su Ilva. Nel M5s avviene la prima frattura: Beppe Grillo sul suo blog dice di voler chiudere l’Ilva e trasformare l’area in un’attrazione turistica, rimanendo coerente alla linea pentastellata fino a quel momento, il ministro Di Maio invece fa retrofront: l’Ilva rimane aperta nonostante i dubbi sulla legittimita della gara.

SITUAZIONE ATTUALE

L’Ilva, o meglio, AcelorMittal è ancora aperta e continua a produrre, nonostante le false promesse di Di Maio.
I consiglieri comunali tarantini eletti con la lista del Movimento cinque stelle hanno lasciato i grillini, umiliando anche l’ormai ex Ministro in pubblico, celebre il consigliere che, guardando negli occhi proprio l’ex ministro per lo Sviluppo Economico gli dice “Signor Ministro mi guardi”, di fronte ad un pavido Di Maio.

La gente continua a morire, abituando di fatto una città alla morte del proprio figlio, del proprio fratello, di un proprio parente, di cancro.

Realtà si sono mosse sul territorio, come il Comitato di cittadini e lavoratori liberi e pensanti, ex operai ed operai Ilva, che si sono resi protagonisti nella lotta anche contro gli stessi sindacati che favorivano le politiche aziendali piuttosto che quelle sui lavoratori e Giustizia per Taranto.

L’Ilva ha prodotto danni inequivocabili per il territorio, ha letteralmente distrutto ogni altra forma di sviluppo diverso, ha schiavizzato una città, ha portato morti, malati, si è resa protagonista di casi di corruzione, collusione con mafia e politica. Eppure vanta di 14mila dipendenti includendo tutto l’indotto ed è innegabile dire che se dovesse chiudere da un giorno all’altro senza alternative serie e concrete queste persone rimarrebbero senza un posto di lavoro.

È questo il triplo ricatto dell’ex Ilva, ora Acelor Mittal, nei confronti degli abitanti e lavoratori, dell’ambiente e della nostra malapolitica. I cittadini di Taranto vivono ogni giorno un incubo che mette loro davanti il diritto alla salute o il diritto al lavoro, quando in un Paese normale verrebbero garantiti entrambi.

Non contenti i nostri politici lucrano sulle nostre guerre tra poveri, mettendoci l’uno contro l’altro, mentono sapendo di mentire. Proprio loro che sono stati eletti per amministrare e gestire il tutto in maniera tale da conciliare tutti gli interessi, ma pensano solo ai loro, merde.

TARANTO LIBERA

Pubblicato da Federico D'Addato

Studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Napoli l'Orientale.

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