Pandemia, come la Nuova Zelanda ha sconfitto il Coronavirus

Europa e Stati Uniti,  insieme alla Cina, sono in preda a misure restrittive per contenere la pandemia del Coronavirus.

Tuttavia abbiamo l’esempio virtuoso della Nuova Zelanda che, ad oggi, conta 1.239 casi accertati di Coronavirus, di cui 317 guariti e una sola vittima (una donna di 70 anni con patologie pregresse), ovvero, uno dei paesi con il tasso minore di letalità al mondo.

La giornalista neozelandese Anna Fifield spiega in questo articolo pubblicato sul Washington Post come, grazie a due settimane di rigide restrizioni, il numero di nuovi contagi in Nuova Zelanda è in costante calo dopo aver raggiunto il picco di 98 contagi il 2 aprile.

L’approccio neozelandese, come sottolinea il Washington Post, alla “eliminazione” del virus, anziché al “contenimento”, come stanno facendo gli Usa e altri paesi europei.

La Nuova Zelanda, ha 5 milioni di abitanti ed ha annunciato la chiusura dei confini il 19 marzo.

Jacinda Ardern, ptimo ministro del Paese, ha presentato un piano in quattro fasi, tuttavia nei giorni seguenti un equipe di esperti le hanno consigliato di passare all’ultima fase rapidamente.

Passare a restrizioni più severe.

La Ardern così il 25 marzo, quando i casi di persone infette avevano superato i 100, ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale.

La popolazione era stata avvisata due giorni prima di prepararsi per affrontare un mese di isolamento forzato. Le restrizioni sono state molto severe per tutta la popolazione: scuole chiuse, così come uffici e servizi non essenziali. Le persone possono camminare o andare in bicicletta all’aperto solo vicino casa e devono rispettare le distanze di sicurezza.

Accanto a queste misure restrittive, applicate anche nsl nostro Paese, si sono accompagnati un elevato numero di tamponi (la Nuova Zelanda ne ha eseguiti quasi 50mila tamponi dall’inizio dell’epidemia) e delle misure di tracciamento delle persone venute a stretto contatto con persone poi risultate infette.

Come riporta il TPI, queste vengono invitate con una telefonata iniziale a tenere un rigoroso auto-isolamento e poi le loro condizioni di salute vengono monitorate telefonicamente nei giorni successivi. Dal numero iniziale di 173 posti disponibili in terapia intensiva nel paese, il sistema sanitario è riuscito ad allestirne fino a un massimo di 563, nel caso in cui il numero di malati gravi fosse cresciuto.

Michael Baker, docente di Salute pubblica all’Università di Otago e uno dei più autorevoli epidemiologi neozelandese, definisce la strategia della Nuova Zelanda“un trionfo di scienza e leadership”, lo scienziato continua: “Mentre altri paesi hanno avuto un graduale aumento dei casi, il nostro approccio è stato esattamente l’opposto”, ha spiegato, “con l’intento non di appiattire la curva dei contagi e quindi rallentare la malattia ma di eliminarla del tutto”.

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