Il futuro non è nei borghi, ma nell’umano rispetto per l’ambiente – di Giuseppe Aragno

Il futuro non è nei borghi, ma nell’umano rispetto per l’ambiente

Sul valore di campanello d’allarme della pandemia, sul fatto che essa sia soprattutto l’esito prevedibile di un’idea deformata del “costruire futuro”, in questi terribili mesi, televisioni e giornali hanno detto pochissimo e in fondo non se n’è discusso.

E’ assurdo, ma vero: come se fosse legge di natura, si continua a intendere la costruzione del futuro come sinonimo di una “crescita”, fondata su una feroce e continua distruzione.

Benché il nodo da sciogliere sia tutto lì, pur di evitare una discussione seria sul rapporto tra l’ambiente che sconvolgiamo e la capacità di nuovi virus di aggredire gli esseri umani, c’è chi, come Stefano Boeri, sceglie di rifugiarsi in un mitico ritorno al Medio Evo: “Via dalle città. Nei borghi c’è il nostro futuro”, ha scritto infatti l’illustre architetto, come se i borghi non avessero conosciuto la pandemia o, peggio ancora, come se colpevoli del disastro fossero le nostre grandi e belle città.


Alla distruzione del mondo naturale, che è ragione di vita per la religione del mercato e per i suoi sacerdoti, si è fatto sì e no qualche cenno timoroso, subito lasciato cadere e di fatto quella che oggi passa per “seconda fase”, altro non è, se non la scelta primordiale, degna di una umanità primitiva, che non si rifugia nei borghi ma vive ancora nelle caverne.

Uscire dalla tragedia, ci dice il neoliberismo, nascondendosi dietro la crisi sociale che ha prodotto, oggi significa “riaprire”. E quando lo dice, non pensa di aprire in modo diverso.

Vuole semplicemente tornare al modello che ci ha condotti alla catastrofe: ricominciare a deforestare – se mai per un momento non lo si è fatto – cementificare, aggredire ecosistemi inviolati, alterare o cancellare la complessità della vita sulla terra, avvelenando l’aria, la terra e l’acqua, indebolendo il genere umano ed esponendolo inerme all’attacco di virus contro i quali non abbiamo difesa.

Chi decide di riaprire in questa maniera folle, mette naturalmente in conto una ripresa dei contagi, chissà quanti morti e un sanguinoso scontro sociale per il quale di prepara da tempo.
A leggerla senza pregiudizi ideologici, la pandemia non è un’occasione propizia per il capitalismo, che anzi sembra non capire che in crisi è anzitutto la sua capacità di sopravvivere.

Ignorando la portata della crisi – che è soprattutto crisi del capitalismo – il potere economico, che ha causato in pochi decenni tante pandemie quante non se ne sono storicamente avute nel corso di molti secoli, non riesce a leggere l’inequivocabile messaggio del virus e non capisce che la vita sulla terra può fare tranquillamente a meno dell’uomo.

Accecato dalla sua innata arroganza, ispirato da un pensiero unico diventato una bibbia, il padronato neoliberista chiede a quello politico di creare i presupposti per sfruttare a proprio favore l’emergenza; questo per un verso dà l’impressione di un piano in qualche misura preordinato, mentre si naviga invece nel buio, per un altro spinge a tentare ogni azzardo.


Una sfida a dir poco rischiosa è la scelta di lasciare la scuola in condizioni disastrose, per farne un mercato di prodotti informatici e risparmiare sui docenti, mortificati in un ruolo di trasmettitori del pensiero unico dominante. Essa non mette in conto la saldatura di interessi tra la stragrande maggioranza degli studenti, dei docenti e dei genitori e la loro ribellione, dopo che la pandemia ha consentito la riscoperta dell’anima sociale dell’essere umano, la nausea dell’ “elettronico”, incapace di farsi carne, sangue e vita in comune, che è l’essenza della scuola in presenza nell’aula come nei corridoi.


Nessun computer e a nessun livello, dalla scuola primaria all’università, soddisferà mai il bisogno di confronto, il desiderio di vita in comune, il bisogno di libertà, di studenti e studentesse che sono anzitutto animali sociali. La nausea dello “strumento elettronico” sarà l’embrione attorno a cui si formerà una prima, fondamentale coscienza critica, il primo inarrestabile rifiuto di una imposizione.

Di là nasceranno le naturali risposte di un pensiero sempre più autonomo, rinforzato da quel suo essere istintivamente condiviso da una vastissima collettività. In quanto ai docenti, là dove si voleva rinchiuderli, essi troveranno porte aperte. una volontà di stare ad ascoltarli e capire che da sola sarà rivoluzionaria.


Chi priva di diritti e non mette nel conto la sofferenza di chi subisce è destinato a tremare per la ribellione. Ognuna della privazioni che oggi alletta il potere e si presenta come occasione di controllo, susciterà un bisogno, un desiderio, una fame insaziabile.

La chiusura di spazi pubblici, l’applicazione informatica sui telefonini come bracciale di localizzazione di detenuti, il lavoro negato a milioni di cittadini, il voto svuotato di significato, diventeranno miscela esplosiva. La pandemia, colpevolmente non prevista e stupidamente utilizzata come acceleratore di provvedimenti presi assieme, tutti in una volta, diventerà il detonatore che avvierà l’implosione.
In questa situazione, abbiamo un solo grande problema: riconoscerci come compagni, parlare una sola lingua chiara e comprensibile e organizzare assieme la risposta.


Fino a che l’abbiamo letto sulla carta, quel terrificante “socialismo o barbarie” poteva sembrare un bruttissimo sogno. Oggi, che è un incubo incombente, non fa tremare i polsi. Chiama alla lotta.

Pubblicato da Federico D'Addato

Studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Napoli l'Orientale.

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