Strangolare la giustizia

Un uomo viene fermato dalla polizia. Dopo pochi minuti la sua faccia è schiacciata contro l’asfalto, il collo stretto nella morsa di un ginocchio che preme sempre di più. “Non riesco a respirare…datemi dell’acqua…ti prego, non uccidermi.” L’uomo sta soffocando, il poliziotto non si ferma. Alcuni passanti stanno riprendendo tutto, chiedono a gran voce che l’agente si fermi, ma è tutto inutile. In poco tempo il signor George Floyd, l’uomo immobilizzato in maniera così violenta da un agente del Dipartimento di polizia di Minneapolis, Minnesota, muore per asfissia. Non è il primo caso di violenza, spesso letale, nei confronti di un appartenente alla comunità afroamericana e, temo con enorme dolore, non sarà nemmeno l’ultima. Appartenere ad una minoranza, dai latini agli afroamericani, negli USA significa rischiare di subire continuamente soprusi da parte delle forze dell’ordine, tanto che il sindaco di Minneapolis, nelle ore successive alla morte di Floyd, ha dichiarato che “essere neri negli Stati Uniti non dovrebbe equivalere a una condanna a morte”. C’è un problema di fondo, ed è qui che arriva il bello. Per il poliziotto che lo ha ucciso, George Floyd non era solo un afroamericano, era un essere che non meritava di essere trattato in maniera umana. Al palese e disgustoso razzismo che traspare dalla brutalità dell’agente, si aggiunge un’idea, una visione, che si sta facendo sempre più strada all’interno dell’opinione pubblica di molti paesi, Italia compresa.

Errare non è umano

Conviene iniziare con alcune domande: quanto siamo disposti a sopportare che ci siano persone che commettono illeciti, che percorrono strade sbagliate e che queste debbano essere comunque trattate con umanità? Uno spacciatore, un tossicodipendente che, guidando sotto l’effetto di sostanze, ha ucciso una coppia di ragazzi, meritano un giusto processo, una pena che sia sì adeguata e certa, ma allo stesso tempo non lesiva della loro dignità? Stando a certe dichiarazioni, a quello che si sente in televisione e si legge sui social, la risposta non è così scontata, né particolarmente pacata. Chi sbaglia, perché di questo si tratta quando si parla di reati, è un nemico ed in quanto nemico deve essere spazzato via per far sì che l’ordine tanto agognato venga ristabilito.

Figlio del populismo, questo atteggiamento di ostilità giustizialista, che in Italia ha attecchito già dal post Tangentopoli, è uno strumento di grande utilità per focalizzare l’attenzione su problemi che devono essere portati alla ribalta ma che non devono essere risolti. Avete capito bene: risolverli non è opportuno, un nemico è sempre necessario per sviare l’opinione pubblica. Pensate che ciò riguardi solo casi di cronaca o alcuni contesti degradati? Sbagliato, nel nostro paese questo principio è valido per ogni cosa. Senza andare lontano, ci siamo già dimenticati della campagna di demonizzazione dei runner, dei lombardi untori e dei cinesi; il nemico è altrove e adesso tocca alla generazione bersaglio per eccellenza, i giovani.

Assassini ovunque

Scomodi per le loro idee troppo “moderne”, già sfruttati in maniera meschina da un sistema che ha deciso di vivacchiare di assistenzialismo, hanno uno stile di vita che li rende perfetti per essere il nuovo nemico, un’orda di assassini senza scrupoli che infestano tutte le piazze e i locali della nostra povera Italia. Che alcuni casi eclatanti abbiano effettivamente avuto luogo non c’è dubbio, ma questo non è rilevante e gli spritz e la movida di questi giovani sconsiderati, come se non fosse pieno di cinquantenni in crisi di astinenza da aperitivo, sono diventati il nuovo diversivo usato da una classe politica agli sgoccioli che necessita in maniera disperata di nascondere gli errori fatti nella gestione dell’epidemia di COVID (vogliamo parlare delle RSA in Lombardia? Dell’app Immuni, strumento che risulterebbe utilissimo, praticamente sparita?).

Per quanto possa sembrare un paragone forzato, è utile per smascherare l’ipocrisia strisciante che caratterizza il dibattito italiano in questo 2020 così difficile. C’è chi ha davvero definito assassini i ragazzi che si ritrovano a bere la sera di fronte ai bar, minacciando di non curarli qualora questi venissero contagiati. Parliamo di medici, persone che dovrebbero essere consapevoli del fatto che, con le giuste precauzioni, la vita sociale non rappresenta un pericolo. Azione, colpa, punizione. Quello che può sembrare uno sfogo inopportuno ma alla fine comprensibile segue esattamente lo stesso copione messo in scena di fronte ad eventi più gravi come omicidi, casi di corruzione e qualsiasi altro fatto criminoso. In un modo o nell’altro, qualcuno dovrà soffrire in un modo pari o superiore al danno causato in precedenza. Tutti possono contribuire allo svolgersi della vendetta, da ciò la naturale tendenza italiana a comportarsi come gli sceriffi del quartiere, degnamente rappresentata dalla proposta, fortunatamente rimaneggiata, di arruolare gli ormai mitologici assistenti civici.

Se negli USA le motivazioni dietro certe pratiche violente e autoritarie hanno un’origine più antica, a causa di un atteggiamento razzista mai eradicato, soprattutto negli stati più poveri, in Italia questo bisogno di giustizia sommaria e di identificazione di un nemico mortale è piuttosto recente (si può facilmente collegare, come già detto, alle vicende successive a Mani Pulite). Unendosi ad una già presente tendenza alle maniere forti di certe frange delle forze armate e delle forze dell’ordine, ha monopolizzato il dibattito conseguente ai vari casi di cronaca e alle infinite vicende giudiziarie che questo paese è costretto a sopportare, mostrando il proprio volto terrificante in casi come quelli di Bolzaneto, di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi.

Nel dubbio, punire

“Se la sono cercata, erano tossici, teste calde”, “eh ma ormai la gente non ne può più di questi immigrati”, “fosse successo a me”. Questi sono discorsi che tutti noi abbiamo sentito almeno una volta, pronunciati da persone schiumanti rabbia, prive della lucidità che un ambito così delicato come quello della giustizia richiederebbe sempre. Fomentate da un’informazione esperta nell’utilizzo di metodi atti a suscitare emozioni come la paura e l’indignazione, pretendono che la punizione sia immediata e la più severa possibile; si badi bene, non si parla di pena, quest’ultima avrebbe infatti una funzione rieducativa, inadatta ad un contesto in cui il nemico deve essere punito e deve pagare sulla propria pelle le conseguenze dei crimini da lui commessi.

La giustizia muore quando si arroga il diritto di porsi sullo stesso piano del torto, esigendo di lavare l’onta con il sangue, come una faida tra clan in una società arcaica. Sta a noi decidere se la nostra esistenza debba essere caratterizzata da un circolo vizioso fatto di violenza, verbale o fisica che sia, umiliazione e rifiuto del perdono (cosa paradossale in un paese che ostenta in maniera ossessiva il proprio cattolicesimo) oppure da una giustizia che riconosca, gestendole con razionalità, le problematiche che la convivenza tra esseri umani può inevitabilmente generare. La stretta che ha ucciso George Floyd è molto simile a quella che stiamo esercitando sulla giustizia, il tutto per alimentare il nostro bisogno di un ordine rassicurante ma allo stesso tempo illusorio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: